L'assurda tassa che sta strangolando gli operatori internet in Italia
Si tratta del Canone di occupazione del solo; in teoria è solo per chi posa l'infrastruttura, in pratica viene richiesto anche ai singoli operatori
Ciao!
La burocrazia italiana colpisce ancora.
Lo fa toccando le telecomunicazioni con una tassa cospicua e illogica che mette in seria difficoltà tutti gli operatori, specialmente quelli più piccoli, e che potrebbe avere notevoli conseguenze sul futuro della digitalizzazione del paese.
Gli enti locali ci guadagnano molto, gli ISP ci perdono.
E per evitare di perderci, coloro che potrebbero pagarne le conseguenze sono gli utenti.
Scopriamo nel dettaglio di cosa si tratta, quanto bisogna pagare e perché
Da dove nasce questa storia?
Tra i vari tributi italiani figura il CUP, Canone Unico Patrimoniale, che riguarda tutte le occupazioni pubbliche, per esempio la pubblicità o l’utilizzo del suolo pubblico.
È proprio questo l’elemento che ci interessa. Cosa si trova sotto il suolo pubblico? Tutte le infrastrutture di telecomunicazioni: cavi rame e fibra.
Dunque il proprietario dell’infrastruttura, che con i suoi materiali utilizza il territorio pubblico, deve pagare la tassa. Tutto logico e corretto.
Tuttavia, alcuni comuni italiani hanno iniziato a chiedere la riscossione del CUP anche ai vari ISP con linee attive sul comune e che non possiedono cavi ma utilizzano i servizi attivi dei wholesaler.
È giusto che OpenFiber/FiberCop paghino, ma non che lo faccia, per esempio, Aruba, che si limita a vendere il servizio sfruttando i cavi già posati e il segnale che già passa all’interno.
L’applicazione di questo principio prevede che ogni comune riceva i soldi non solo dai pochi enti che posano effettivamente l’infrastruttura ma dai svariati operatori con cui i clienti hanno attivato le linee.
Dunque se in un comune c’è solo infrastruttura OpenFiber e ci sono 50 clienti TIM, 30 Vodafone, 40 Sky, 2 Fastweb e 1 Aruba il comune incasserà 6 volte il CUP! Tutto questo nonostante 5 aziende utilizzino la stessa infrastruttura posata dalla 6° (OpenFiber), senza “aggiungere” altro e quindi senza occupare ulteriormente lo spazio pubblico.
AIIP, l’Associazione Italiana Internet Provider, si è ovviamente schierata contro questa logica di applicazione del CUP realizzando un sito dedicato alla spiegazione delle sue posizioni: cup.aiip.it
Assurdo? Si, e dobbiamo ancora scoprire le tariffe
La questione è già di per sé ridicola, ma lo diventa ancora più quando si scoprono le tariffe di questo CUP, che prevede un pagamento annuo di 1.79 euro per utenza nei piccoli comuni (< 20.000 abitanti) e 1.19 euro per gli altri con però un minimo di 950 euro annuali!
Dunque che un operatore abbia 1, 15 o 200 utenze attive in un comune dovrà sempre pagare 950 euro!
Dalle 530 o 798 linee in su (in base alla grandezza del comune) si applica poi anche la tariffazione singola facendo crescere il prezzo.
Per un grande operatore come TIM/Vodafone/Wind, che presumibilmente ha almeno una linea in ogni comune italiano, significa allocare ogni anno almeno 7.5 milioni di euro, che possono velocemente salire nel caso in un comune il numero di linee sia cospicuo.
Non è una cifra da poco ma grava notevolmente sul budget e in proporzione danneggia ancora di più i piccoli operatori. Molti hanno linee attive sparse qua e la in tutta Italia, e anche se in un comune ne hanno solo una sono obbligati a pagare questi 950 euro.
Ipotizziamo la presenza in solamente 300 comuni italiani: significa 285.000 euro all’anno, che potrebbe essere una fetta importante dell’intero fatturato dell’azienda.
Se i grandi operatori in qualche modo possono sopportarla, i piccoli a lungo termine dovranno inevitabilmente prendere delle contromisure, per esempio limitare la vendita dei propri servizi ad aree geografiche circoscritte, cessare unilateralmente le linee in comuni dove ne si ha solo una o aumentare i prezzi.
In ogni caso, si tratta di azioni che danneggiano la competitività dell’ISP ma anche l’utente finale.
La Cassazione conferma che gli ISP devono pagare il CUP
Nonostante siano i piccoli ISP a perderci maggiormente, neanche ai grandi operatori piace questa logica di applicazione del CUP. Sono quindi iniziati i ricorsi, molti dei quali vinti.
Sono 35 le sentenze enti che stabiliscono l’illegittimità del CUP applicato ai fornitori di servizi.
Si sono pronunciati diversi tribunali locali e la Corte dei Conti, tuttavia l’ultima parola è della Corte di Cassazione, che lo scorso 28 aprile si è schierata a favore dei comuni, sancendo la necessità di tassare tutti i singoli operatori.
Lo ha fatto rispondendo a un ricorso del Comune di Tribiano verso WindTre, che il 7 aprile 2025 lo aveva portato in causa proprio per la questione del CUP.
La sentenza è molto chiara, soprattutto nella parte finale:
Il gestore di servizi telefonici il quale si avvalga dell’accesso “virtuale” ad una rete di proprietà altrui (ad es., mediante tecnologia VULA) è obbligato al pagamento del CUP
Sono poche le possibili interpretazioni; è una chiara affermazione che tutti coloro che sfruttano un’infrastruttura già presente devono pagare il CUP secondo le modalità sopracitate.
La Corte sostiene la propria decisione con varie argomentazioni, la prima è che la distinzione tra utilizzo materiale e utilizzo virtuale della rete sia errata dato che un segnale per propagarsi ha bisogno di un supporto fisico (rame o vetro) e dunque si tratta di uso materiale.
Il ragionamento può anche essere sensato, ma bisogna specificare che nel caso di utilizzo attivo dell’infrastruttura il segnale che passa nel cavo non è quello dell’operatore scelto dall’utente (es Aruba) ma del wholesaler che ha posato l’infrastruttura (es OpenFiber).
Sarebbe quindi logico applicarla agli operatori in passivo, che emettono il proprio segnale nelle fibre (es Iliad su FiberCop), ma non a tutti gli altri, e tra questi ci sono i piccoli ISP.
Inoltre, la Cassazione richiama il principio cuius commoda, eius et incommoda, ovvero che giova di un’infrastruttura deve anche supportarne gli oneri fiscali. Posizione opinabile visto il contesto…
Come mai il parere della Cassazione è diverso?
Il CUP diventa effettivo nel 2021 e in questi anni, come detto, ci sono stati svariati ricorsi e diverse sentenze a favore degli operatori. Come mai invece il parere della Cassazione è diverso?
Negli anni gli ISP, e i tribunali che gli hanno dato ragione, si sono aggrappati a una personale interpretazione del D.L. 146/2021, quello che stabilisce il CUP.
Il testo di legge infatti prevede che siano esenti dal pagamento i “titolari del contratto di vendita del bene distribuito alla clientela finale”.
Gli operatori venivano assimilati a questi titolari del contratto di vendita, un po’ come i fornitori di energia (che infatti non devono pagare il CUP, ma lo fa solo il distributore che gestisce l’infrastruttura).
La Cassazione ha smontato l’interpretazione sancendo che la connettività è un servizio, non un bene, dato che non c’è un trasferimento della proprietà.
Il ragionamento effettivamente ha senso, e volendo interpretare alla lettera la legge a questo punto gli ISP sarebbero tenuti al pagamento del CUP. Il problema è che ciò non deve accadere, è illogico.
Non bisogna cercare di sfuggire al CUP tramite interpretazione della legge ma spingendo per ottenere una modifica sostanziale che esenti anche gli ISP; serve quindi un intervento dello stato, non dei tribunali.
Fino a che la legge rimane così però i comuni hanno la facoltà di chiedere a tutti gli operatori che hanno linee attive sul loro territorio la riscossione del CUP annuale.
Si stima che, considerando anche tutti gli arretrati dal 2021, l’importo complessivo sia di circa 180 milioni di euro.
Grazie per essere arrivati fino a qui, spero che abbiate apprezzato questo post.
A presto 👋🏻



